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In un mondo come il nostro, piatto e contrassegnato dall’intemperanza del raziocinio sull’intuizione, del calcolo sulla creatività, del potere sulla tenerezza, del vigore dei muscoli sulla morbida persuasione dello sguardo, Maria è immagine della nuova umanità preservata dai miraggi delle false liberazioni. Maria è innamorata della vita, è capace di attesa, è in grado di andare alla sostanza delle cose, è testimone di gratuità, di maternità, di comunione e di servizio. Amare Maria significa imitarla, sia pure modestamente, nella nostra vita quotidiana. Una bella meditazione da personalizzare è di imparare dalla Madonna come liberarci dall’ansia della metropoli; in altre parole dobbiamo diventare anche noi capaci di attendere… “Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura allo spessore delle sue attese”. Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno. Vergine in attesa all’inizio, Madre in attesa alla fine. E in mezzo cento altre attese struggenti: l’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi; l’attesa del giorno, che avrebbe voluto rimandare sempre più avanti, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più; l’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno; l’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Se oggi non sappiamo più attendere, è perché siamo a corto di speranza.
Soffriamo una crisi di desiderio. La nostra vita è assillata da tante ansie quotidiane: lo stipendio, la cassa integrazione, la pensione, i bilanci che chiudono di nuovo in rosso, le banche restie a concedere credito, i clienti che non pagano, la stanchezza da stress, l’incertezza del futuro, la solitudine interiore, l’usura dei rapporti, l’instabilità degli affetti, l’educazione difficile dei figli, la sopportazione dei genitori anziani, l’incomunicabilità perfino coi nostri cari, la condanna al presente, senza profondità di memoria e di futuro…
Come ne veniamo fuori? Non basta enunciare la speranza; occorre organizzarla. Dobbiamo invocare e imitare Maria come serva di Dio e serva del mondo, perché ci faccia diventare più servi di Dio e più seguaci del Vangelo! Dobbiamo coltivare la speranza soprattutto nei momenti difficili: quando la salute non c’è più; quando i debiti aumentano e le preoccupazioni dello spirito anche; quando i nostri figli bazzicano compagnie che non sono quelle che avremmo desiderato; quando all’interno dei nostri rapporti con gli amici, coi vicini di casa, coi colleghi di lavoro ci sono delle spine che ci rendono la vita difficile. Coltivare la speranza significa non darsi per vinto. Significa sapere che Dio è più forte di tutti i nostri problemi. Significa sapere che la morte non è l’ultimo capitolo della vita. Significa essere uomo o donna di preghiera, come è stata la Vergine Maria: «Non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non
si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluja pasquale».
(don Tonino Bello)